top of page

Di tappetini abbandonati

Aggiornamento: 23 mag 2023

Ti è mai capitato di abbandonare una lezione nel suo pieno svolgimento o, da insegnante, di vedere un allievo andarsene?

Io mi sono trovata in entrambe le situazioni, devo dire più spesso nella seconda e, quando succede, nascono in me sempre tante domande.


L'ultima volta che ho desiderato lasciare la shala è accaduto in India a causa di un ciclo estremamente sostenuto di surya namaskara corredato da salti, salti che normalmente appartengono alla pratica Ashtanga e che in quel caso venivano proposti all'interno di una lezione di Hatha.

Anche se dovrei essere ormai abituata a fusioni di stili (io stessa non mi considero certo una purista), la mia reazione immediata è stata quella di arrotolare il tappetino e affrettarmi verso l'uscita. Poi, forse complice una settimana di immersione negli aforismi di Patanjali, mi sono resa conto di ciò che stava accadendo e di quanto, in quel preciso momento, il mio vissuto di praticante e insegnante stesse influenzando la mia esperienza quando invece quello che avrei potuto fare, anziché scappare, sarebbe stato semplicemente sfruttare l'occasione per "esplorare".


Perché è proprio così: immagina di trovarti in un paese straniero mai visitato in precedenza e di cui non conosci la cucina. Ti siedi in un ristorante dove propongono specialità locali e, nell'ignoranza magari della lingua, ti affidi completamente all'oste e ti lasci condurre per mano da una pietanza all'altra. Una volta assaggiato il primo piatto, lo collegherai al nome che avevi letto sul menu, ai sapori che riuscirai a riconoscervi e alle esperienze pregresse a essi legati e da lì nascerà un moto di piacere o di repulsione e quel piatto non risulterà più neutro ma nella tua mente assumerà una tinta che rimarrà impressa nella memoria e che si ripresenterà quando meno te lo aspetti.


Questo processo di colorazione avviene per qualsiasi cosa, nel mio caso in occasione di una pratica non esattamente conforme alle mie aspettative, ma la cosa interessante e che mi ha permesso di restare è stato riconoscere quel meccanismo automatico e inconscio e comprendere quali ingranaggi si stessero muovendo dentro di me. Certo, probabilmente non sarei più tornata a praticare con quell'insegnante, la cui bravura a fine lezione non potevo però certo negare, ma avevo dialogato con la mia mente e non avevo lasciato che quelle impressioni calcificate in essa (quelle che nello yoga chiamiamo samskara) mi impedissero di vivere l'esperienza ed, eventualmente, di darle una nuova colorazione.


L'atto di svelamento di un automatismo, non solo mi permette di ragionare su quanto sopra, ma anche di reagire con meno apprensione quando si verifica il contrario, ovvero quando è un "mio" praticante a uscire da una lezione in corso, come ad esempio è accaduto ieri.

Se fino a poco tempo fa avrei infatti attribuito la responsabilità esclusivamente a me stessa mettendo in discussione il mio approccio all'insegnamento e lasciandomi prendere dall'insicurezza, ora, per quanto senza dubbio mi chieda ancora se abbia detto o fatto qualcosa di sbagliato, riconosco una profonda stratificazione in me ma anche nell'altro dei suddetti samskara e le aspettative che la maggior parte delle volte ne derivano. E si sa che le aspettative vanno a braccetto con soddisfazione e scontento a seconda che vengano appagate o meno.

Nel momento però in cui capisco questa relazione, osservo ciò che si attiva nella mente e non do più colpa o biasimo a chi ho davanti semplicemente perché non ha accontentato le mie attese, ma mi chiedo piuttosto perché il rifiuto è tale, ad es. nel caso della pratica, da volere lasciare il tappetino e da non permettermi di vivere l'esperienza, seppur temporalmente molto circoscritta. Questo non significa vivere tutto passivamente non avendo preferenze o non lasciando trasparire piacere e dispiacere, ma comprendere come e con quale incidenza questi ultimi, che nello yoga di Patanjali prendono il nome di raga e dvesa e vengono segnalati come due delle afflizioni che ostacolano la nostra mente, condizionino la nostra vita e quanto di ciò che attribuiamo al mondo esterno, ovvero sofferenza e gioia, in realtà, sia solo un riflesso di noi stessi.



<< Quanto più capisci te stesso, tanto più capirai il mondo. >>

PAULO COELHO



2 Comments


danirapetti
May 05, 2023

Quanto più accetti il mondo tanto più accetterai te stesso. ❤️

Mi è per ora capitato una sola volta che una praticante lasciasse la sala. Avendo solo po' hissime persone davanti, ho chiesto permesso e sulla porta le ho chiesto spiegazioni: con fare irritato mi ha risposto in malo modo che era "troppo" e che lei non ce la faceva e li ho capito che la pratica stessa o la mia modalità di insegnamento le avevano evidentemente fatto affiorare uno stato d'animo intollerabile. L'ho salutata e non ci siamo mai più viste. D'altra parte, come a te, anche a me è capitato in più occasioni di percepire il mio dvesa per qualche pratica e/o insegnante e/o maestro, ma ho reagito…


Like
annieyogaflow
annieyogaflow
May 06, 2023
Replying to

Un onore per me Dani averti in questo spazio e potere leggere il tuo vissuto personale sul tema. Grazie! 🙏🤍

Like
bottom of page